venerdì 3 Dicembre 20:00
Umberto Galimberti

In dialogo con Platone su le cose dell’amore

Umberto Galimberti
Evento a pagamento - biglietto € 10Acquista
Libro di riferimento Il libro delle emozioni (Feltrinelli, 2021)

“Se io ti do il mio amore, che cosa ti sto dando di preciso? Il mio desiderio, la mia passione, la mia immaginazione, la mia idealizzazione, l’angoscia della mia solitudine, la mia voglia di emancipazione? Chi è l’Io che sta facendo questa offerta? E chi, per inciso, sei tu?” si domanda lo psicoanalista americano Stephen Mitchell in L’amore può durare? Il destino dell’amore romantico (Raffaello Cortina). La domanda non è retorica. Segna piuttosto un ribaltamento radicale circa il modo di considerare l’amore, quasi sempre pensato come qualcosa in possesso dell’Io, qualcosa di cui l’Io può disporre. Per questo nessuno crede fino in fondo all’altro quando dice: “Io ti amo”. Amore non è una faccenda dell’Io. 

L’ultimo a ricordarcelo, in ordine di tempo, è stato Freud quando ha detto che “L’Io non è padrone in casa propria”, perché inconsce sono le forze che determinano quelle che l’Io considera sue scelte. Ma prima di Freud a cogliere nell’amore ciò che viola l’integrità dell’Io è stato Platone che nel Simposio(192 c-d) scrive: « Gli amanti che passano la vita insieme non sanno dire che cosa vogliono l’uno dall’altro. Non si può certo credere che solo per il commercio dei piaceri carnali essi provano una passione così ardente a essere insieme. È allora evidente che l’anima di ciascuno vuole altra cosa che non è capace di dire, e perciò la esprime con vaghi presagi, come divinando da un fondo enigmatico e buio». Amore appartiene all’enigma e l’enigma alla follia che abita l’altra parte di noi stessi, e a cui si può accedere non con le parole ordinate dalla razionalità dell’Io, ma con il collasso dell’Io, che non oppone più resistenza all’irruzione di quel passaggio trasfigurante la sua abituale dimora che è il passaggio di Amore.

E qui la direzione del discorso si lascia intuire. Amore non è solo godimento di corpi, Amore è molto di più. Occupando, come scrive Platone: “il posto intermedio tra l’uno e l’altro estremo”, Amore si fa interprete tra la ragione che l’Io presiede e la follia che nel sottofondo lo abita. Non quindi un rapporto tra due amanti, come si è soliti credere, ma tra la parte razionale di ciascuno dei due e la rispettiva parte folle. Non ci si innamora infatti di chiunque, ma solo di colui o colei capace di svelare la nostra parte folle che ci affascina e al tempo stesso ci inquieta. Quando questo accade i due sono già messi a nudo prima ancora che si tolgano le vesti.

Ma che ne è dell’Io e dell’altra parte di sé quando Amore li accoglie? Se Amore, come Platone ce lo ha descritto, non è tanto un rapporto con l’altro, quanto una relazione con l’altra parte di noi stessi, quindi un cedimento dell’Io per liberare in parte la follia che lo abita,assistendo al cedimento del nostro Io, con la sua presenza, come la levatrice durante il parto, l’altro aiuta la nostra ri-nascita. C’è infatti in Amore un’intenzione generativa, dice Platone: “Porta fuori quel fondo nascosto di cui ciascuno è gravido ponendo fine alle doglie”.  

Concedersi ad Amore, allora, non è concedersi l’uno all’altro, ma concedersi a quel paesaggio insolito e atipico che dispone l’uno e l’altro, al di là dei propri gesti e delle proprie intenzioni, al contatto con la propria follia, grazie alla cui immersione, l’Io riemerge diverso da come era entrato. Per questo ogni storia d’amore, comunque finisca, bene o male, trasforma il nostro Io, che non è più quello che conoscevamo prima di quella storia. Il contatto con la propria follia l’ha modificato.

Quanto basta per farci capire che, in presenza di amore, l’Io razionale subisce una dislocazione (atopía, dice Platone) che dis-loca (á-topos)la nostra riflessione, e ci obbliga a pensare a partire da amore, e non dall’Io che inaugura una storia d’ amore. Amore, infatti, non è qualcosa di cui l’Io dispone, ma semmai è qualcosa che dispone dell’Io, qualcosa che lo incrina, che lo apre alla crisi, che lo toglie dal centro della sua egoità, dall’ordine delle sue connessioni per nessi di tutt’altro genere e forma e qualità. Per questo Platone, a proposito delle cose d’amore, parla di possessione (katokoché).

Allora davvero l’amore si pone come radicale sovvertimento della  stabilità, dell’ordine, dell’identità, del possesso che, per usare la metafora jaspersiana, sono regolate dalla legge del giorno (dasGesetzdesTages) che nulla sa della passione per la notte (die LeidenschaftzurNacht) che inabissa ogni stabilità e ogni identità diurna perché possa farsi strada amore. E, con amore, l’altro, non perché io possa reperire il senso profondo di me stesso, ma perché possa perdere quel me stesso diurno che non mi consente di accedere a quella notte dell’indifferenziato, da cui un giorno siamo emersi, ma con cui sarebbe estremamente pericoloso perdere i contatti.
Per questo, leggendo Platone, capiamo che amore non è una cosa tranquilla, non è delicatezza, confidenza, conforto. Amore non è comprensione, condivisione, gentilezza, rispetto, passione che tocca l’anima o che contamina i corpi. Amore non è silenzio, domanda, risposta, suggello di fede eterna, lacerazione di intenzioni un tempo congiunte, tradimento di promesse mancate, naufragio di sogni svegliati. Amore è violazione dell’integrità degli individui, è toccare con mano l’altra parte di noi stessi, dove il nostro Io, come ci ricorda Freud, “non è padrone in casa propria”.

 

Umberto Galimberti

È stato professore ordinario di Filosofia della storia, di psicologia generale e di psicologia dinamica all’Università di Venezia. È membro ordinario dell’ International Association of Analytical Psychology. Ha collaborato con Il Sole 24 Ore e dal 1995 collabora con La Repubblica. Tra le sue pubblicazioni, tutte edite da Feltrinelli, ricordiamo: Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica (1999). Tra le ultime pubblicazioni: La parola ai giovani (2018), Avventure e disavventure della verità (2018), Parole nomadi (2018); Nuovo dizionario di psicologia, psichiatria, psicoanalisi, neuroscienze (2018); Perché? 100 storie di filosofi per ragazzi curiosi (2019); Heidegger e il nuovo inizio. Che cosa significa pensare (2020); Il viandante della filosofia (con M. Alloni, 2021); L’età della tecnica e la fine della storia (2021).